Il 13 dicembre ricorre la festa di Santa Lucia, in prossimità del solstizio d’inverno (da cui il detto “santa Lucia il giorno più corto che ci sia”), ma non vi coincide con l’adozione del nuovo calendario gregoriano (differenza di 10 giorni). È curioso notare che questa tradizione si può applicare anche per il calendario gregoriano, se si interpreta il “giorno più corto” come il giorno in cui il sole tramonta prima. La celebrazione della festa in un giorno vicino al solstizio d’inverno, è probabilmente dovuta alla volontà di sostituire antiche feste popolari che celebravano la luce e si festeggiano nello stesso periodo nell’emisfero nord, ma anche secondo la tradizione ebraica, che dura otto giorni come le celebrazioni per la santa a Siracusa, o la festa di Diwali in India. È considerata dai devoti la protettrice degli occhi, dei ciechi, degli oculisti, degli elettricisti e degli scalpellini. Il corpo della santa è stato trafugato dai Veneziani che conquistarono Costantinopoli ed è conservato e venerato a Venezia, nella Chiesa di San Geremia. Secondo una tradizione popolare veronese, intorno al XIII secolo, in città, in particolare tra i bimbi, era scoppiata una terribile ed incurabile epidemia di “male agli occhi”. La popolazione decise allora di chiedere la grazia a Santa Lucia, con un pellegrinaggio a piedi scalzi e senza mantello, fino alla chiesa di S. Agnese, dedicata anche alla martire siracusana, posta dove oggi c’è la sede del Comune, Palazzo Barbieri. Il freddo spaventava i bambini che non avevano nessuna intenzione di partecipare al pellegrinaggio. Allora i genitori promisero loro che, se avessero ubbidito, la Santa avrebbe fatto trovare, al loro ritorno, tanti doni. I bambini accettarono ed iniziarono il pellegrinaggio; poco tempo dopo l’epidemia si esaurì. Da quel momento è rimasta la tradizione di portare in chiesa i bambini, per la benedizione degli occhi, il 13 dicembre e ancora oggi, la notte del 12 dicembre, i bambini aspettano l’arrivo di S. Lucia che porta loro gli attesi regali in sella ad un asinello accompagnata dal Castaldo, l’aiutante. Si lascia un piatto sul tavolo con del cibo con cui ristorare sia lei che l’asinello prima di andare a dormire. In quella sera i bambini vanno a letto presto e chiudono gli occhi, nel timore che la Santa, trovandoli ancora svegli, li accechi con la cenere. La mattina dopo, Lucia fa trovare loro il piatto colmo di dolci, fra cui le immancabili “pastefrolle di Santa Lucia”, di varia forma (stella, cavallino, cuore…), nonché l’altrettanto immancabile “ghiaia dell’Adige” ed il “carbone dolce” per i bambini “cattivi”. Le formine delle frolle scacciano il male e sono di buon auspicio.
Dal punto di vista meteo come non ricordare le nevicate del 13 dicembre 1996 (oltre 20 cm) e soprattutto il Burian del 13 dicembre 2001: pochi cm di neve ma un freddo ed un vento siberiani (nel vero senso della parola, perchè provenivano proprio da là!!!) e neve con ghiaccio rimasta al suolo per giorni e giorni…
Infine il proverbio: “Se nèvega a Santa Lucia dopo nèvega altre 7 volte” …ma in questo senso per quest’anno è andata male.





