Ormai è tempo di Primavera…vera

“A ogni sorpresa siamo preparati. Solo le cose quotidiane ci cascano addosso come calamità naturali.”
(Stanisław Jerzy Lec)

“La gente può reggere solo un poco di felicità, mentre può reggere tantissima avversità. Come in molti hanno potuto constatare, le grandi difficoltà possono far sì che tiriamo fuori il meglio di noi” (Padampa Sangye): abbiamo sviluppato sistemi religiosi, schemi psicologici, paradigmi razionali che sottolineano e danno indicazioni per accettare ciò che il monaco buddista Shantideva riassumeva così: “Se c’è qualcosa che puoi fare rispetto a un problema, perché sentirsi frustrati; e se non c’è nulla che si possa fare, perché sentirsi sconvolti?”.
Sappiamo tutto e abbiamo regole e raccomandazioni per tutto. Perché allora ci struggiamo spesso con ansia, tristezza e preoccupazione? Intimamente e in filigrana percepiamo la pressoché totale insensatezza dell’esistenza e di una vita che sempre troppo presto finirà.
Sapere, anche se preferiamo delicatamente ignorarlo, che tutto questo finirà per alcuni prima e per alcuni dopo, rende tesi e sostanzialmente sfiduciati. Lo sentiamo soprattutto quando qualche persona cara ci lascia improvvisamente. Che senso ha tutto questo gran daffare che ci diamo? E’ questo che ci fa male e ci rende angosciati, per quanto disciplinati e preparati siamo. Alcuni sperano in un aldilà che sistemi le cose. Qualcuno si dispera e smarrisce il controllo sull’ambiente e, peggio, su di sé perdendosi per sempre. Monte volte si sopravvive in un’amara e nervosa gara di velocità giornaliera contro un mondo in costante disgregazione, con la sensazione che in fin dei conti nulla valga veramente la pena. Ci si continua a chiedere laicamente perché dover smettere di preoccuparsi del fatto che questao strano percorso non abbia poi un gran senso. Perché dovremmo continuare a fare del nostro meglio per realizzare un potenziale, qualunque esso sia e qualunque cosa si intenda e senta come proprio potenziale.
La domanda è comprensibile ma potrebbe anche essere sbagliata e frutto solo della nostra coscienza e di qualche circuito neuronale di cui sappiamo ancora molto poco.
Una ghianda, esempio tipico di potenzialità nascosta, non si chiede quale sia la sua missione.
Germoglia e cresce. Magari la domanda è solo frutto di una superbia umana di credere di avere il diritto di sapere il perché di qualunque quesito il cervello si possa porre.
Facciamo finta di avere questo diritto e proviamo a rispondere.
Perché continuare a fare del proprio meglio per realizzare questo potenziale?
Perché ognuno, con un atto di volontà, crede e accetta di essere né più né meno di una ghianda e soprattutto decide di credere di essere una ghianda felice di essere una ghianda, in qualsiasi situazione si possa trovare. Nel vivere quotidiano ciascuno dovrebbe realizzare il suo potenziale perché questo è quello che deve essere in natura, fare fronte alle avversità perché tutto ciò che impedisce o rallenta un pieno sviluppo è male, accettare le avversità non modificabili perché è quello che fa una quercia quando cresce e trova un sasso che ostacola le sue radici.
Se poi aggiungiamo il prossimo in questa lista allora la cosa diventa ancora più semplice e ognuno dovrebbe fare del suo meglio perché un mondo di gente al meglio è un mondo migliore per tutti, fare fronte alle avversità perché altri potrebbero avere bisogno di essere stimolati ad affrontare le loro da chi ha già capito di essere una ghianda felice, accettare le avversità non modificabili perché altre ghiande attendono di comprendere con degli esempi perché e come essere felici nonostante tutto.
Non mancano le informazioni, è la storia che ci raccontiamo che è debole. Non sono le tecniche che mancano, è il significato che latita. Non sono le ghiande potenziali ad essere scarse, è la consapevolezza che la lotta per essere quercia è la via, che sfugge.
L’augurio è quello di essere ghiande felici non per il solo fatto di essere ghiande…

PREVISIONI:

Oggi il tempo resterà buono e così pure domani, a parte il ritorno di qualche foschia. le temperaure minime resteranno molto basse, ancora sottozero, mentre le massime sarenno più gradevoli. Lunedì inizierà con cielo sereno, nel pomerriggio passa qualche nuvola. Le temperature minime iniziano a risalire. Martedì sarà più nuvoloso, con maggiore ventilazione. Mercoledì torna a fare capolino il sole, e le massime punteranno verso i 15°. Giovedì sarà la giornata più brutta, con nuvole e vento, anche se le temperature segneranno una ulteriore risalita, soprattutto le minima. Venerdì aumenta il vento, a tratti anche fastidioso.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
(Verrà la Morte e avrà i tuoi occhi, Cesare Pavese)

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. La morte che ci accompagna tutto il giorno, quotidianamente, senza darci tregua. È una presenza fissa ma insensibile e sorda, come un vecchio rimorso o un’abitudine irrazionale. Il tuo sguardo sarà una parola inutile, un grido strozzato, soffocato, che non verrà emesso, un silenzio.
Tu vedi così i tuoi occhi tutte le mattine, quando sei da sola e ti sporgi verso lo specchio. O dolce speranza, quando tutti noi moriremo capiremo che sei fondamentale, sei il cuore della vita, eppure allo stesso tempo sei solo un’illusione.
La morte ha uno sguardo per ciascuno. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà come interrompere una vizio, come vedere e riconoscere nello specchio un viso morto che riemerge, come ascoltare una voce che non ha suono, una bocca sigillata.
Moriremo senza una parola, nel silenzio…
La poesia è composta da due strofe libere di versi novenari. La poesia è dedicata all’attrice americana Constance Dowling, che non ricambiava l’amore del poeta. 
Nella prima strofa troviamo diverse letture della morte: essa viene considerata una presenza costante nella vita. Quasi un ospite indesiderato, qualcosa della quale non possiamo mai liberarci, che non si esaurisce soltanto nel momento in cui si verifica, ma che permea l’intera esistenza. Non concede tregua il pensiero della morte, segna ogni esperienza di vita. E gli occhi dell’amata sono il mezzo tramite il quale arriverà la morte, intesa non solo come morte fisica, ma anche come spirituale e poetica. 
La seconda strofa ripete i temi presenti nella prima, ma proiettandoli sul piano universale: “per tutti la morte ha uno sguardo” e tutti “scenderemo nel gorgo muti”.
Nella poesia è forte il contrasto tra la vista e l’udito. Da un lato si trova la vista, gli occhi, il mondo degli sguardi, la comunicazione non verbale; dall’altro troviamo invece le orecchie sempre sorde e le grida sempre mute: l’unica cosa ascoltabile è un profondo silenzio, in cui le urla sono taciute, le labbra sigillate, la comunicazione impossibile (l’incomunicabilità è un tema tipico della letteratura novecentesca).
Entrambe le strofe infine si concludono con un’altra estensione della morte: quella della speranza. Nella prima strofa infatti il poeta sottolinea come la speranza, che dà la vita, sia a conti fatti soltanto un’illusione priva potere salvifico. Nella seconda, con il verso conclusivo “Scenderemo nel gorgo muti”, Pavese sembra voler esprimere l’inesorabilità della solitudine e dell’oblio. La stretta associazione presente tra l’immagine dell’amata, la speranza vana e la morte può ricordare “A Silvia” di Giacomo Leopardi: sebbene in diversa misura, i tre elementi si ripresentano (e “Cara speranza” è un chiaro richiamo leopardiano: in A Silvia la “lacrimata speme” è “cara compagna” del poeta).

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