Tempo di Carnevale

“Metà della popolazione mondiale è composta da persone che hanno qualcosa da dire ma non possono; l’altra metà da persone che non hanno niente da dire continuano a parlare.”
(Robert Le Frost)

Parlare e stare in silenzio non sono semplicemente due metà speculari della comunicazione. Sono atti che rispondono a esigenze differenti. Sono le ragioni per cui parliamo: per la necessità di dire qualcosa, per discutere, condividere e informare. Ma parliamo anche per sentirci vivi, per essere parte del mondo. Non tacciamo per un riflesso istintivo o perché reagiamo impulsivamente a un bisogno (di sicurezza, di appartenenza…), a un’emozione (paura, rabbia…), ma anche per una fragilità narcisistica o semplicemente per stupidità. Da un lato, le nostre emozioni governano le nostre espressioni, ma dall’altro la nostra cultura liberale dell’ipercomunicazione favorisce espressioni incontrollabili. Diventare consapevoli di queste dinamiche ci permette di impostare forme di comunicazione più positive. Può essere interessante osservare le nostre reazioni a situazioni inattese o sgradevoli, per identificare l’esordio della risposta emozionale e come questa si trasformi poi in parole. Ci sono anche silenzi mancati che sono il risultato di atteggiamenti narcisistici, ovvero parliamo perché non riusciamo a fare i conti con il vuoto che il silenzio presenta, per darci importanza, per lusingare e per sedurre. Il silenzio, dunque, dovrebbe essere considerato non solo come atto di ascolto degli altri, ma anche di noi stessi.Tacere è un modo per rimettersi al centro e esplorare la propria interiorità, per entrare in contatto con ciò che ci circonda e ci aiuta a sviluppare consapevolezza. In realtà poi non è facile capire quando dobbiamo parlare e quando tacere. Si potrebbe dire che riconoscere il momento adatto per l’uno e per l’altro sia un’arte. “Chi non sa tacere, non sa parlare” predica la saggezza popolare, e a ragione. Parlare troppo ci espone a eccessi con conseguenze negative. Tuttavia, tacere a volte conduce allo stesso risultato. Come capire, allora, se tacciamo più del dovuto?
Agire in silenzio è un bene molto apprezzato poiché permette di fare una pausa per pensare, soppesare e modulare il discorso. Oltretutto è una condizione necessaria all’ascolto e favorevole per la riflessione. Tuttavia, quando tacciamo più del dovuto, potremmo incorrere in incomprensioni e perpetuare situazioni sgradevoli. Il silenzio deve essere una decisione, un atto di prudenza, una forma non sempre apprezzata di coraggio. In certe persone essere di p oche parole è una nota caratteriale. Tuttavia, sanno anche riconoscere quando parlare e quando non farlo. In altre situazioni, ad esempio quando siamo sopraffatti da paura confusione o sconcerto, forse tacciamo più del dovuto. Come capirlo?
Se il silenzio genera incomprensioni, si può dire che tacciamo più del dovuto: ad esempio quando ci si arrabbia con qualcuno perché abbiamo scoperto che ci ha mentito. Invece di confrontarsi e lamentarsi del suo comportamento, decidiamo piuttosto di tacere. Tuttavia, si inizia a dimostrarsi ostile nei confronti della persona che ci ha offesi, costruiamo un muro e ci allontaniamo. In questo caso, è probabile che conserviamo un certo risentimento per la menzogna di cui sia statoi vittime e la persona che ci ha mentito non avrà mai l’opportunità di spiegare le proprie ragioni o di riconoscere i propri errori. In tali circostanze il silnezio non risolve nulla, anzi instaura un muro invisibile che impedisce di risolvere il problema!
Invece il silenzio dinanzi a un’ingiustizia è indolenza o codardia. In questo caso vale il proverbio che recita: ”Chi tace, acconsente”. Significa che il silenzio accetta o legittima un abuso. Non è facile alzare la voce per impedire un’ingiustizia, soprattutto se il colpevole di un abuso è una persona potente, come di solito accade. Tra le forme del tacere, però, questo è uno dei silenzi che possono rovinare una vita. Parlare nel momento giusto è tanto importante quanto tacere quando è necessario. L’ingiustizia non deve trovare un complice nel silenzio.
A volte poi la vita ci induce a costruire una corazza per difenderci. Forse siamo stati vittime di aggressività e violenza e ci siamo rinchiusi in noi stessi per una paura che resta latente. Questa condizione molte volte ci induce ad adottare uno stile di vita nel quale tacciamo più del dovuto.
Magari avremmo molto da dire o da dare, ma decidiamo di tenerlo per noi perché non vi conferiamo valore sufficiente. Abbiamo paura di essere giudicati e contestati, anche se siamo consapevoli di avere un’idea valida o un’iniziativa importante. In questi casi, la nostra difesa di fronte al mondo si tramuta in un carcere che non ci lascia volare.
Si può dire poi che tacciamo più del dovuto quando non esprimiamo apertamente l’affetto verso gli altri. L’amore deve sempre essere espresso a voce alta. Non serve conservare le parole dolci o affettuose, colui che le riceve non penserà mai che sono troppe. L’affetto espresso è uno dei regali più belli che possiamo fare a un’altra persona.
Qualsiasi creatura amata è un prestito che la vita ci fa. Presto a tardi il legame finirà, per la distanza, per il legame che si spezza o per la morte. Ogni momento con la persona che amiamo è dunque prezioso e non saranno mai troppe le parole che dimostrino all’altro quanto è importante per noi.
Ci sono anche alcuni esercizi per migliorare la comunicazione, partendo dall’osservare delle emozioni. Un modo per farlo è disegnare una tabella divisa in cinque colonne in cui analizzare il contesto, il tipo parole utilizzate, le sensazioni, i pensieri e le emozioni conseguenti. Il modello si applica tanto a esperienze verbali piacevoli qunato alle comunicazioni spiacevoli.
Prendersi del tempo per mettere per iscritto le dinamiche degli scambi contribuisce ad accrescere la consapevolezza dei nostri meccanismi emotivi e delle conseguenti modalità di comunicazione. Anche parlare bene è importante. Per questo è importante ad esempio fare qualche respirazione addominale per connetterci con il momento e scegliere le parole giuste prima di dire qualcosa di importante. Nelle discussioni e nei dibattiti, invece, bisognerebbe prendere la parola per ultimi, guardando bene gli interlocutori prima di parlare, pesando il proprio contributo. Quello che conta, infatti, non è il numero di parole usate, ma il messaggio che si trasmette.
Le parole creano e distruggono, ma anche i silenzi. È importante coltivare l’arte di capire quando parlare e quando tacere. Se impariamo, sicuramente saremo più coerenti, opportuni e assertivi.

PREVISIONI:

La giornata di oggi finirà come è iniziata, con nuvole, foschie e alta umidità. Domani ci saranno le stesse condizioni al mattino, a tarda mattinata il cielo tornerà sereno o poco nuvoloso, alla sera compariranno nuove foschie. Temperature gradevoli di giorno e sopra media la notte. Lunedì sarà variabile, ma soprattuto tornerà il “vento del lunedì”, a tratti anche forte. Martedì il tempo migliora ancora, scenderanno le temperature minime notturne. Mercoledì si propone come il giorno più bello della settimana, tempo soleggiato ma con temperature minime che supereranno di poco lo zero. I venti resteranno forti in quota, e faranno qualche puntata anche più in basso. Giovedì tornano più nubi, con temperature sostazialmente invariate. Venerdì le nuvole aumentano fino a coprire il cielo, verso sera si alza di nuovo la ventilazione.

Se sarai vento, canterai.
Se sarai acqua, brillerai.
Se sarai ciò che sarò e se sarai tempo,

ti aspetterò per sempre…
Se sarai luce, scalderai.
Se sarai luna, ti vedrò
e se sarai qui, non lo saprò
Ma se sei tu, lo sentirò:
ovunque sarai, ovunque sarò,
in ogni gesto io ti cercherò!
Se non ci sarai, io lo capirò
e nel silenzio io ti ascolterò.
Se sarò in terra, mi alzerai.
Se farà freddo, brucerai
e lo so che mi puoi sentire
dove ogni anima ha un colore
e ogni lacrima ha il tuo nome.
Se tornerai qui, se mai,

lo sai che io ti aspetterò…
Ovunque sarai, ovunque sarò
in ogni gesto io ti cercherò!
Se non ci sarai, io lo capirò
e nel silenzio io ti ascolterò
io ti ascolterò…
Se sarai vento, canterai.
(Ovunque sarai, Filippo Maria Fanti
“Irama”)

PERSONAGGI DI SHULZ:

PigPen

Pig Pen non ha un nome, ha solo un soprannome che tradotto significa “recinto per maiali”, ma che non viene mai considerato come soprannome offensivo.
La sua caratteristica infatti è quella di essere terribilmente ed irrimediabilmente sporco; non per trasandatezza, nè per moda, ma solo per destino.
PigPen è infatti convinto di essere parte di un disegno superiore che non può essere mutato, e a lui è toccato l’arduo compito di portarsi addosso la polvere di secoli di Storia dell’umanità, il che fa si che non tenti neanche di combattere contro lo sporco atavica che si porta addosso.
La sporcizia diviene così la sua carta d’identità, che lo contraddistingue e lo fa riconoscere, senza mai suscitare alcun disgusto nei suoi compagni, infatti quando una volta gli capita di presentarsi a una festa pulito e pettinato, ne viene allontanato perchè nessuno lo riconosce.



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