In attesa del Natale…


Per quanto sprovvista di qualsiasi contenuto, l’attesa è un vuoto che ci riempie
(Emil Cioran)

La parola “attesa” ha una pulizia e un’incisività formidabile. Fra il momento in cui un evento è annunciato o previsto e quello in cui si verifica c’è un lasso di tempo: se ci interessa, in quel tempo attendiamo l’evento. Etimologicamente ad esso siamo rivolti, su di esso siamo concentrati, tesi come il gatto davanti al buco da cui sa che uscirà il topo. L’attesa si riferisce a quell’arco temporale con un respiro molto ampio e con una bella sintesi. Infatti descrive sia l’atto di attendere, sia quel tempo che si passa ad attendere, sia il sentimento che nel mentre abbiamo in cuore. Quindi possiamo dire di essere in attesa dei risultati dell’esame, ci lamentiamo della lunga attesa, e quando gli spettatori stanno prendendo posto in platea l’attesa trepidante per il concerto è palpabile: un tempo vuoto, o annoiato, o emozionato, in cui siamo messi in trazione.
Ora, aspettare viene da “aspicere”, guardare: pertiene quindi qualcosa di specifico, che si “vede” avvicinarsi. Attendere, invece, implica un generico stato di tensione, non necessariamente consapevole della propria meta. Questo tema è piuttosto diffuso nella letteratura novecentesca. Un verso di Montale, ad esempio, recita: “Assente, come manchi in questa plaga / che ti presente e senza te consuma”. Anche qui, dunque, il poeta attende una misteriosa figura salvifica. E la paradossalità dell’attesa si concretizza in un gioco etimologico: è assente, eppure il presentimento intride tutto il paesaggio circostante.
Certo, l’attesa implica anche la possibilità della delusione. Perciò può trasformarsi in un tormento senza scopo, come nella famosa pièce “Aspettando Godot”, o nel romanzo “Il deserto dei tartari.” Eppure dell’attesa non possiamo fare a meno: attendiamo chi ci salvi dalla solitudine; attendiamo di trovare un senso negli eventi che ci capitano. E, banalmente, ad ogni punto e capo o ricorrenza della vita riaffermiamo la speranza nel futuro, a prescindere dai pronostici razionali.
Ancora attualissima, quindi, è la domanda di Pavese: “Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?”
In Lingua Spagnola aspettare si dice “esperar” , perché in fondo aspettare è anche sperare…

PREVISIONI

Per oggi tempo stabile, in serata ricompaiono le foschie. Domani, domenica, cielo abbastanza sereno e le solite iniziali foschie. Poi aumenterà la ventilazione e compariranno nuvole. Le temperature notturne saranno ancora sullo zero, di giorno non si alzeranno molto a causa della scarsa insolazione. Per lunedì sempre tempo stabile e sempre foschie nelle consuete ore. Temperature senza variazioni, ventilazione sempre presente. Martedì sarà il giorno più nuvoloso, soprattutto nel pomeriggio. Mercoledì sarà più sereno, tutto il resto rimane sostanzialemnte invariato. Giovedì e venerdì tornerà il vento che riporta le nubi, a situazione grossomodo invariata.

L’attesa è il cordone ombelicale della vita superiore.
(Søren Kierkegaard)


Chi sei tu… nel tempo che ci fa più grandi e soli in mezzo al mondo,
con l’ansia di cercare insieme un bene più profondo
e un altro che ti dia respiro e che si curvi verso te,

con un’attesa di volersi di più senza capir cos’è…
E tu che mi ricambi gli occhi, in questo istante immenso
,
sopra il rumore della gente dimmi se questo ha un senso:
La vita è adesso
.
(Claudio Baglioni, “La vita è adesso”)

PERSONAGGI DI SHULZ:

Charlie Brown è un bimbo quasi calvo, se si esclude un ricciolo di capelli sulla fronte, che indossa sempre una maglia gialla con una greca nera a zig-zag attorno alla vita e ha l’aria perennemente sconsolata. Ha un sacco di amici, ma nessuno sembra capirlo fino in fondo. Il suo desiderio di piacere ai compagni è una delusione costante, mentre la dispotica Lucy lo bersaglia di continuo. Della sua famiglia non si sa molto, eccetto che il padre fa il barbiere, che ha una sorella, Sally, e un cane di nome Snoopy (che a causa della sua calvizie si riferisce al padroncino come al “bambino dalla testa rotonda”). Nella striscia è l’unico ad essere chiamato sempre con nome e cognome, quasi a sottolinearne la diversità (uniche eccezioni: Piperita Patty, che lo chiama Ciccio e la sua amica Marcie, che lo chiama Charles). Charlie Brown è un bambino mite, timido e maldestro: per scrivere usa una penna stilografica con la quale imbratta tutto il foglio sin dalla prima parola; ha perso la testa per una “ragazzina dai capelli rossi”, ma non ha mai trovato il coraggio di avvicinarla. Ma è anche testardo: nonostante non riesca mai a vincere una partita, continua a giocare a baseball con la sua squadra di cui è capitano e allenatore; non riesce mai a far volare un aquilone eppure continua a provarci. Charlie Brown non si arrende mai, sebbene il suo complesso d’inferiorità sia evidente fin dall’inizio.

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